Chiunque abbia un sito con un banner pubblicitario dovrà denunciarsi e pagare le tasse.

sabato, 15 novembre 2008 di David Terni
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Ci stanno riprovando. A distanza di un anno stanno tentando di far ri-passare una legge per censire chi ha un sito e creare un sistema di terrore. Il problema non sta tanto nel doversi “registrare” e dire allo Stato Italiano che ho un sito sul quale posso scrivere i miei pensieri, consigli o anche solo di barzellette, ma piuttosto nella trafila burocratica che devo fare per esercitare un mio diritto di libero cittadino. Considerato che in nessun altra nazione, senza regime ovviamente, nessuno deve dire se possiede o no un sito, perché allora allo Stato Italiano interessa qualcosa? Le motivazioni sono 2.

  1. La prima monetaria. Se hai un sito e hai anche solo un banner pubblicitario per cui percepisci una rendita, se pur minima, devi pagare lo stato italiano.
  2. La seconda cautelativa. Cautelativa nel senso che viene fatto un ragionamento per il quale se scrivi una cosa devi esser cosciente che hai anche degli obblighi di autenticità nei confronti di chi scrivi e di quello che potresti dire. Proprio come accade per i giornalisti, tutto ciò che scrivono deve essere vero o utilizzare il condizionale come fanno certe riviste patinate di Gossip. Pena, querele con multe da bancarotta.

Anche se la mia idea traspare molto chiaramente non mi soffermo a dare un giudizio a tutta la questione sperando sempre per un dietro front, ma vorrei sottolineare come chi ha scritto la legge, poco abbia ben chiaro delle dinamiche di internet e di come fatta la legge, fatto l’inganno.

  1. Nel primo caso infatti posso mettere il mio sito su un server NON italiano che fa “orecchie da mercante” e richiedere la protezione del WHOIS. Questo fa si che nella domanda che giustifica la richiesta di conoscere tali informazioni per ragioni diverse da indagini di polizia, perché provenienti da parte di un ente che richiede soldi, tale domanda verrà rigettata. Senza contare che si può aver inserito dati fasulli ovviamente. Stessa cosa dicasi per chi genera i banner pubblicitari, se azienda NON italiana se ne guarderanno bene di dire i fatti loro ad estranei dicendo a chi danno i soldi.
  2. Nel secondo caso si potrebbe essere più in linea con la legge. E’ giusto poter difendere il proprio nome se questo viene diffamato e magari senza motivo. Ma pensiamo alla facilità con cui si può creare lo spauracchio della querela per cui di fatto moltissimi smetterebbero di scrivere e dire la propria opinione personale sui fatti della vita. Terrorizzati dalla paura di finire in tribunale solo per aver dato una propria opinione o detto una tale cosa nessuno avrebbe più un blog, ma internet non è questo. Internet non è il bar sotto casa dove ti possono ascoltare solo gli amici ma è anche vero che chiunque si trovasse a passare e sentire i nostri pensieri non è mica detto che prenda per buona la nostra opinione, stessa cosa se vado in strada o lo dico in radio. Ed internet non è diversa. Leggi una cosa, la giudichi ma la compari con quello che sai e tutta al più ti informi se la cosa t’interessa, in caso contrario come ti puoi definire un essere “adulto” se credi a quello che hai “sentito dire”?!

Per maggiori informazioni leggetevi questo articolo di Luca Spinelli su PuntoInformatico.

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sabato, novembre 15 2008 di David Terni
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